E ADESSO, CHE FACCIO?

E adesso, che faccio?

Questa domanda mi ha tamburellato nella testa per mesi.

Ero alle prese con una decisione molto importante, una di quelle che vengono definite “della vita”, perché – inevitabilmente – cambiano il corso della stessa, segnano un punto e un nuovo inizio e scatenano tanti “chissà”, conditi da quella sensazione ineluttabile di fallimento che accompagna certe scelte.

Un punto, una porta chiusa, un cambio radicale di vita.

Non sono una che ama i cambiamenti. Mi ci adatto molto bene, ma – se dovessi scegliere – vorrei mantenere sempre il mio piccolo mondo immutato, come lo conosco e senza sorprese.

Sono ossessivo-compulsiva e mi infastidisce se qualcuno sposta un oggetto posizionato da me, figuriamoci se posso tollerare cardini di vita divelti, abitudini cambiate, persone sparite, strade nuove.

Eppure mi sono sempre ritrovata a far fronte a degli ingenti stravolgimenti: punti fermi scardinati con violenza; nuovi inizi; nuove sfide; nuovi progetti, coadiuvata o in solitudine, e li ho superati tutti.

So che posso farcela, so che si affronta tutto, so che per ogni cosa (tranne una) c’è rimedio e soluzione.

Lo so molto bene.

So che in ognuno di noi è instillato un istinto di sopravvivenza che provvede a farci affrontare e superare qualsiasi ostacolo. So che la volontà è il motore che ci fa compiere ogni azione. So che la mente umana è lo strumento più potente e distruttivo che possediamo.

Lo so.

Ma a volte, semplicemente, non abbiamo voglia di variare e di lottare. A volte lasciamo che la vita e gli accadimenti ci scivolino addosso pur di non agire, non affrontare i cambiamenti, non ricostruire daccapo – un’altra volta – il nostro piccolo mondo.

Sono stata malissimo per giorni. Ci sto tuttora.

Ho convissuto con una morsa alla stomaco, l’insonnia, lacrime, tante lacrime. E un opprimente senso di smarrimento.

«E adesso, che faccio? E poi, che succederà?»

Io, la Signorina “Piano B”, Miss Risolvo Problemi, Nostra Signora delle soluzioni, la Paladina del NonMollareMai, io che mi ritrovo a sentirmi sopraffatta dagli eventi, ad avere una paura nera del futuro, a essere terrorizzata dalle incognite che mi aspettano.

Sono stata seduta parecchio davanti a quel bivio. In realtà, ho sentito ancora prima che mi ci stavo avvicinando, ma sono stata bravissima a far finta che non fosse vero, a procrastinare e a raccontarmi scuse per rimandare la decisione.

Poi – quando non è stato più possibile rinviare – mi sono presa del tempo.

E adesso che faccio?

Le decisioni. Le decisioni difficili, dolorose.

In questi casi vorrei sempre che qualcuno mi dicesse cosa fare, per viltà – forse – o perché è proprio difficile. Vorrei che qualcuno mi indicasse la strada corretta, quello che è giusto fare, e – soprattutto – mi rassicurasse che andrà tutto bene

Rappresentano un salto nel vuoto, materializzano un’incognita su quello che accadrà da quel punto in poi, spaventano i cambiamenti.

Ho incontrato persone che – senza sapere del mio periodo “decisionale” – mi hanno raccontato delle loro esperienze; delle loro scelte di vita radicali; dei punti e a capo; dei momenti di smarrimento quando si azzera tutto e si ricomincia, in diversi ambiti.

Mi piace pensare che l’Universo mi stia suggerendo e dando indicazioni.

Ho percorso a ritroso i miei ultimi anni, notando quanto fossi cambiata in peggio.

Constatando quanto abbia vissuto “appannata”. È il termine che credo esprima meglio come mi senta. Appannata, sbiadita, una copia di me stessa. Una che ha osservato il susseguirsi dei giorni, incapace di agire.

Troppo intimorita dall’ignoto per buttarvisi, seppure consapevole di stanziare in una situazione per niente appagante e molto deprimente.

Notando come negli ultimi mesi (se non anni) io abbia sorriso molto poco e abbia dato spazio a rabbia, frustrazione, apatia, indolenza, un malumore diffuso e logorante.

Inghiottita dall’abulia, troppo triste e troppo spaventata per ricominciare.

Questa non sono io, mi sono detta, tutto questo non fa parte di me.

Sono quella che ha scelto la singletudine nel periodo più brutto della sua vita, sono quella che sdrammatizza tutto con l’ironia, sono quella che chiude porte e non si volta indietro

Perché, adesso, mi sembra così dura?

Forse perché avrei voluto finalmente fermarmi, trovare una dimensione, finalmente un punto fisso tra tanti punti indefiniti.

Ma non era così. Non era quello che cercavo.

Quando qualcosa e qualcuno non vanno bene per noi, il nostro corpo ha un modo molto persuasivo per farcelo capire: ci fa star male.

E sono stata male in tutti i modi possibili…

E adesso, che faccio?

Ma come fanno gli altri?

Come ci riescono?

Come fanno quelli che non hanno ancora trovato una strada e sembrano così sereni?

Sarà questa la felicità?

Questo stato di incertezza e indefinizione in cui tutto è possibile?

Come spesso mi è accaduto, non so quel che sarà, ma sono certa di tutto quello che non voglio che sia più.

Perché, subito dopo aver deciso, ho iniziato a sentirmi meglio.

Quello che tendiamo a dimenticare, quando dobbiamo prendere delle decisioni drastiche, è che quando tutto si azzera, tutto può succedere!

Non consideriamo le innumerevoli opportunità positive che potremmo cogliere.

In un coacervo di offerte che ci sono, ma pensiamo di no.

Come quando ci fissiamo su un uomo solo, dimenticandoci che ce ne sono miliardi.

Come quando stanziamo in una situazione dolorosa piuttosto che agire, scordandoci che la vita offre infinite possibilità per chi ha il coraggio di cambiare.

Come quando temiamo i salti nel buio, senza considerare che potrebbero rappresentare salti nella luce.

Stavolta, voglio pensarla così.

Sono terrorizzata, non so cosa succederà domani, ma voglio ricordarmi questo:

quando tutto si azzera, tutto può succedere!

Il fatto che questa fine coincida con la fine dell’anno, che il nuovo inizio parta da un nuovo anno intonso e tutto da scrivere, è di un simbolismo che voglio investire di carica positiva. E aspettative positive.

Sicuramente so che, nei prossimi mesi, mi prenderò del tempo solo per me. Per riacchiapparmi, coccolarmi, e fare tutte quelle cose che non avevo il tempo di fare.

Poi, si vedrà.

“I cambiamenti sono sempre una cosa buona” mi hanno detto. E ci credo.

Siamo uomini, non alberi! Se qualcosa non ci piace, possiamo scappare!” lessi in quel libro, secoli fa. E l’ho sempre portato con me.

Ho gambe che sanno correre, testa e cuore di una notevole lungimiranza e sono tornata a sorridere come so fare io.

Il resto si vedrà.

E adesso, che faccio?

Vivo, non sopravvivo più.

E tutto verrà da sé.

Buon anno, buoni cambiamenti, buoni inizi, buona vita, buon coraggio!

 

Ad Maiora, semper!

 

 

«La logica vi porterà da A a B.

L’immaginazione vi porterà dappertutto»

Albert Einstein

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MI HA DETTO BABBO NATALE CHE VOI NON ESISTETE!

ATTENZIONE!!

***CONTIENE SPOILER SULL’ESISTENZA DI BABBO NATALE E SUL LIBRO “IT”***

 

Quando fui informata dell’esistenza di un caro vecchio signore che – la notte di Natale – si prendeva la briga di portare doni a tutti i bambini in giro per il mondo, ebbi molte perplessità.

Nonostante lo stupore e la gioia, mi ponevo innumerevoli domande:

  • Come fa a fare il giro del mondo in una sola notte??

  • Dove mette tutti i regali??

  • Come fa a ricordarsi di tutti i bambini e sapere se sono stati buoni??

  • Perché ha la stessa calligrafia di mamma??

  • Se ha la pancia, come ci passa dal camino??

  • E chi non ha il camino? Come fa??

  • Come riesce a non farsi beccare mai e da nessuno??

Scassapalle di Natale lo son sempre stata, sin da piccola.

Però, poi mi facevo bastare le spiegazioni che i miei mi davano.

Per esempio non ho mai confutato la sua capacità di volare a bordo di una slitta trainata da renne: LO RITENEVO POSSIBILE.

Perché avrei dovuto dubitare dell’esistenza di un essere così buono? Di una storia così magica e affascinante?

Gli ho anche scritto quella lettera, spedita fino in Lapponia e mi ha pure risposto.

Però quella mia amica mi ha detto che non è così, è tutta una messinscena degli adulti. Ma lei che ne sa? Lei non è capace di credere.

È tutto vero: Babbo Natale esiste.

Ho riletto, o meglio, ripassato “IT” quest’estate, per prepararmi al film. Ammetto che era un po’ che non lo sfogliavo, che non mi immergevo nella storia dei sette amici che affrontano e sconfiggono il male.

La prima volta lo lessi che ero ragazzina, con un vissuto e una visione del mondo molto diversa rispetto a ora, come è normale che sia.

Stavolta ho notato delle sfumature che mi erano sfuggite o che avevo dimenticato, magari sepolte sotto strati di razionalità adulta.

Il Re ci spiega che IT si nutre e si forma con la paura, assume le sembianze dei soggetti che temiamo: un licantropo, un lebbroso, un padre manesco. Sono i nostri incubi a generarlo.

E così come lo hanno creato, i sette amici riescono ad annientarlo. Nonostante non ci fosse mai riuscito nessuno prima di loro, nonostante fosse terribile e avesse tutta l’intenzione di ucciderli, nonostante fosse potente e magico, loro riescono a batterlo. Perché lo credevano possibile.

Da piccoli temiamo il buio perché sappiamo che può celare mostri.

Ci crediamo.

Esattamente come crediamo a Babbo Natale, a una Fatina che ci dà del denaro in cambio dei nostri dentini, a una vecchina che ci porta dolci o carbone, all’eterno dualismo bene/male.

Ci sono le creature buone, e ci sono le creature del buio.

Quest’ultime le possiamo sconfiggere lasciando una piccola lucina accesa, o convincendoci che non c’è niente sotto il letto, nell’armadio ci sono solo vestiti, guarda se non ci credi. Nulla.

La nostra realtà è plasmata da tutto quello in cui crediamo, una proiezione dei nostri pensieri che forma il nostro mondo, per questo la nostra infanzia era permeata di magia.

Come da bambini crediamo che tutto sia possibile, che le favole si avverano, così l’età adulta è formata dalla razionalità, dai doveri, dal disincanto, dalle preoccupazioni.

A questi pensieri prestiamo la nostra maggiore attenzione.

Non crediamo più alla magia, a tutto quello che può succedere, ai desideri ei sogni che si avverano, al bene che sconfigge sempre il male.

Filtriamo lo scibile con la lente del disincanto, dimenticandoci della magia, dei poteri, dell’impossibile che diventa possibile.

Ma io credo ancora a Babbo Natale.

Credo che il male esista, ma credo di più nel bene. E credo pure che i portatori di male vadano presi a calci in culo, perché siamo buoni, mica coglioni.

Credo nella famiglia: guida, supporto, sopportazione, rifugio, calore.

Credo nei miracoli. Che siano riuscire ad arrivare a fine mese, o avere ancora la forza di sorridere, nonostante tutto.

Credo alle Fatine. Non si interessano solo ai miei denti, ma anche a tutto quello che c’è intorno. Non mi regalano soldi, ma presenza. Le chiamo amiche.

Credo nell’energia positiva, nel potere della mente.

Credo nell’empatia e nella telepatia affettiva, che quando due persone sono unite si stanno vicine anche coi pensieri.

Credo che il sorriso sia un’arma potentissima: dona forza a chi ci ama, spiazza tutti gli altri.

Credo nell’ironia e nell’autoironia, credo che dissacrare le esperienze negative aiuti a superarle e a depotenziarle.

Credo negli abbracci curativi, dimostrativi, avvolgenti, epidermici, necessari.

Credo nei baci. Quelli lunghi e profondi, che annullano il resto del mondo. E credo in quello che viene dopo.

Credo nella bellezza del cielo e delle stelle, e credo nel puntare il naso all’insù.

Credo nel cantare e ballare; nel ridere senza motivo; nelle telefonate; nei messaggi; negli “Stavo pensando a te”.

Credo nel mangiare e nel bere; nel passeggiare per i boschi; credo nello shopping curativo.

Credo nei vestiti e nei tacchi alti. E credo che un bel trucco possa cambiarti aspetto e umore.

Credo che il mare abbia il potere di riallinearmi con me stessa e col mondo.

Credo che “Ciò su cui ti concentri, cresce”, perciò credo a Babbo Natale. Che magari non è un pancione vestito di rosso, ma rappresenta chi riesce ad aiutarti senza nulla chiedere in cambio. Chi c’è sempre, chi riesce a mantenersi un ottimista innamorato della vita.

Rappresenta tutto questo, tutto quello in cui credo.

I pessimisti cronici; i lamentosi a oltranza; gli odiatori seriali; i disincantati; i gretti; i poveri d’animo; gli ipocriti; quelli che “ho ancora il vomito per quello che riescono a dire, non so se son peggio le balle oppure le facce che riescono a fare”; i sorrisi più finti dei miei ventinove anni; gli invidiosi; i portatori insani di malumore; i perfidi per sport; chi non ha cura del cuore degli altri; gli sprovvisti di empatia; i voltagabbana; gli amici finché serve; i visualizzatori senza risposta; i millantatatori di sentimenti; i contafavole; gli usa-e-getta; gli abbrutiti; gli incazzati col mondo; i boriosi…

A voi non credo.

Voi non esistete.

 

PS: È sorprendente. Forse ho fatto pace col Natale.

Ve l’ho detto, la magia c’è.

 

 

«Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia,

e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste».

Stephen King

 

«Io credo a Babbo Natale, credo al topolino dei denti, credo alla Befana e agli angeli ma non credo che tu esista. Questo è acido muriatico, adesso tu scomparirai!»

Eddie Kaspbrak – IT, il film

LA MIA VITA MI PRENDE PER IL CU’. C’HO LE PROVE

Ho un Grande Amore.

Avete presente quello che vi fa rincretinire totalmente, battere il cuore e pensare a tutte quelle situazioni melense, da coppia, da quotidianità, quel Grande Amore che vi fa dire che Lui è quello che fa per voi, oggi e sempre, Amen?

Quello al quale pensate, quando qualcuno vi chiede come debba essere la persona perfetta per voi?

Ecco, così.

Per motivi che non sto qui a dirvi per non tediarvi, io e Grande Amore il nostro Amore Grande l’abbiamo solo parzialmente vissuto e poi è finita là.

Senza drammi, eh!

Ho “leggermente” imprecato per via delle circostanze avverse, ma è stata una separazione civile e senza ferite.

Vabbè, io già avevo iniziato a ricamare gli asciugamani con le nostre iniziali, ma questo me lo tengo per me, non lo dico, che pare brutto.

E neanche ci sentiamo. Perché a un suo solo “Ciao” mi sciolgo come un rossetto d’estate, quindi – niente – non se po’ fa. Mi scompensa troppo, è meglio che non lo senta.

Ho una dignità e una nomea da stronza da difendere.

Quindi io e Grande Amore ci viviamo le nostre vite a distanza, magari ci pensiamo ogni tanto e poi basta, finisce lì.

Ora, io dico sempre che la mia vita mi prende riccamente per il cu’, che spesso mi sembra di stare su “Scherzi a parte”, che attendo sempre invano che esca qualcuno per mostrarmi le telecamere della candid camera, e invece niente.

È tutto vero.

La mia vita mi prende per il cu’.

C’ho le prove.

Seratina con un po’ di gente, tra cui un amico di un mio amico, mai visto e conosciuto.

Questi inizia a raccontare un aneddoto e, nel farlo, inserisce un paio di dettagli che non mi sfuggono.

Non fa nomi.

Io ascolto e inizio a sentirmi male.

Lui continua, altri indizi, altri particolari, altre “coincidenze”.

Inizio a bisbigliare dei  “Non ci posso credere…”

Conclude l’episodio divertente e tutti ridono, tranne me.

Oddio, mi sento male.

L’amico dell’amico conosceva e aveva lavorato con Grande Amore, tipo una settimana prima.

Roma è piccola, direte voi.

No, è il mondo ad essere piccolo.

Troppo piccolo.

Letteralmente.

Mi sono alzata e sono uscita.

Avevo bisogno di pensare.

Divertita, confusa, continuando a blaterare che era impossibile, impensabile, incredibile, che l’Universo e i suoi amici in quel momento stavano col pop-corn a gustarsi la scena e a darsi di gomito.

Non ci posso credere…

Ho pensato alla teoria dei  “Sei gradi di separazione”, a quanto è vero che siamo tutti strettamente collegati, ma così è troppo.

Ho invidiato all’amico dell’amico il tempo che aveva trascorso con Grande Amore, in quel piccolo pezzo di mondo.

E una parte di me avrebbe voluto chiedere, verificare, sapere e dirgli che io lo conosco, a fondo.

Anche se sembra così assurdo e surreale.

Salutalo, abbraccialo per me, sta bene?

Ma non gli ho detto nulla.

Gli elementi che mi aveva involontariamente rivelato mi avevano dato la certezza che si trattasse di lui, quindi non mi serviva avere conferme.

Poi che avrei potuto dirgli?

Sai che noi ci vogliamo tanto bene?

Però, ecco, tu conosci la vita che fa, io non reggerei.

O forse sì?

Boh, non ho voluto scoprirlo.

Patetica.

Qualsiasi frase mi avrebbe fatto risultare patetica.

E poi avrebbe messo in moto ricordi, pensieri, domande, no. Meglio di no.

Quindi non ho detto nulla.

Comunque alla fine, inevitabilmente, ci ho pensato lo stesso.

A lui, ai nostri momenti insieme, a quel suo bel sorriso, a quanto mi piaccia come uomo e come persona.

Al bene che gli voglio, puro. Senza acidi rancori, maledizioni e cattiveria.

Gli voglio bene e gli auguro solo bene.

Forse è questo il Vero Amore

Forse.

Non ho potuto fare a meno di considerare che quell’incontro non fosse per nulla a caso.

Il caso non è mai a caso.

Magari era tutto un disegno divino per ricollocarmi col cuore e con la mente verso di lui. Per convincermi ulteriormente che lui sia LUI, e basta.

Che avevo una scusa più che ottima per scrivergli, per attaccare bottone, per chiedere come va e vedere come va a finire (se son più brava io a sbagliare, oppure tu a mentire…)

Sperando che mi dica di fiondarmi da lui, come quella volta, quando poi – all’ultimo – non me l’ero sentita e non ci eravamo più visti.

Da allora qualche messaggio, saltuario, banale, partito sempre da me, che sentivo l’esigenza di avere sue notizie.

…ma lui no?

Quante volte me lo sono chiesta, quante!

Non ti viene in mente di sapere come sto?

Non mi pensi?

Possibile che l’Universo mi stia inequivocabilmente indirizzando verso una persona che non si cura di me?

Perché è inequivocabile, è un segno del destino! È una spintarella, è una dimostrazione del nostro legame, è… NULLA.

È una coincidenza. Bizzarra, ma coincidenza.

In altri momenti della mia vita, probabilmente mi sarei inabissata nel loop del “Destino che me lo chiede”. Quindi l’avrei sentito, ci avrei pensato, non sarebbe andata come avrei voluto, ci sarei stata male.

Molto male.

Ora il male lo evito accuratamente.

Quella strada l’ho già intrapresa, lui non è LUI.

Noi non abbiamo fatto nulla per NOI.

Il Grande Amore è altro.

Forse, certe volte coi ricordi e le idealizzazioni miglioriamo di gran lunga le persone.

O forse mi sto raccontando le ennesime scuse, per giustificare la mia di inerzia, la mia di paura, la mia di solitudine.

Se ci sono delle misere cose che ho imparato molto bene è che quando ci si comincia a porre troppe domande, quando la situazione non è come vorremmo, difficilmente cambierà.

Che un uomo sa usare un telefono e trova il tempo per farlo.

Che è bello mancarsi e tenerci, ma è ancora meglio dirselo.

Che il mio acquisito e sudato pragmatismo mi impone di guardare la realtà dei fatti: una realtà fatta di un rapporto – ora – inesistente, neanche civile, proprio assente.

Che a volte è meglio lasciare le cose come stanno, per non rischiare di rovinare perfino i ricordi.

Che è bello mancarsi e tenerci, ma è ancora meglio VIVERSI.

E, soprattutto, che l’Universo ha davvero un perverso senso dell’umorismo.

O BEVI O GUIDI O TELEFONI

Stanotte è successo un fatto abbastanza curioso.
Me ne stavo beatamente dormendo (e già questo era molto inusuale) quando un suono ha disturbato il mio sonno.
Dapprima ho faticato a capirne la provenienza. Poi mi sono resa conto che era il mio telefono a fare quel casino.
È la sveglia!
Ho fatto appena in tempo a considerare che mi sembrava che la notte fosse passata troppo velocemente per poi capire che no, non stavo ascoltando “L’amour toujours” come ogni mattina, quando mi annuncia che è ora di alzarci.
Mi stanno chiamando.
Cazzo.
Ricevere telefonate di notte, credo sia una di quelle esperienze che facciano infartare chiunque, anche chi ha nervi saldi ed è sano di mente.
Ricevere telefonate di notte quando sei ansiosa e fobica a livelli patologici – come me – rappresenta la manifestazione suprema di tutti gli incubi e le paure che ci portiamo dietro.
In un nanosecondo ho partorito una sequela inimmaginabile di scenari apocalittici che erano accaduti a qualcuno a me caro, tanto da indurlo a chiamarmi nel cuore della notte, conscio che avrei potuto non sopravvivere a questo.
Cazzo, no.
Che è successo?
Ho paura…
Poi un piccolo barlume di lucidità che ancora risiedeva nella mia testa, mi ha fatto notare che non era la canzone che mi comunica che qualcuno mi sta chiamando. Non era la mia storica suoneria “Sweet child o’ mine” (sì, sono coatta e tamarra inside e ne vado anche abbastanza fiera). No.
Ma che cazzo di musica è che non l’ho mai sentita??
Ecco, questo è stato il limpido pensiero successivo.
Avrei potuto scoprirlo solo prendendo in mano quel telefono che – intanto – continuava a strombazzare quel motivetto inconsueto.
Così ho fatto. Con gli occhietti appiccicati, una tachicardia furiosa che mi ballava in petto e madida di sudore.
Ci ho messo un po’ a realizzare, non mi sembrava possibile. Ho creduto anche che stessi sognando perché era molto…strano. Ma la musica era reale, il rincoglionimento da sonno interrotto pure, la mia vescica che stava scoppiando anche. Ma era davvero troppo… strano.
Mentre lo osservavo, tenevo in mano quel telefono con distacco e accortezza, come qualcosa con la quale non ci si vuole sporcare, per paura di rispondere o fare casini.
Finalmente ha cessato di squillare.
Era una videochiamata.
Una cazzo di videochiamata da Messenger.
Una fottuta videochiamata da Messenger da uno che conosco appena e che troverei strano perfino se mi inviasse un messaggio normale.
Vi lascio intuire il mio sobrissimo commento.
…mavvafanculova’m’haifattoperdedieciannidevitaaa!!
Manco a dirlo, non ho più dormito.
Ripresa coscienza e conoscenza, ho iniziato ad analizzare quel che era appena accaduto, cercando di entrare nella testa di costui.
Era ubriaco, la prima considerazione.
Non voglio pensare che da sobrio uno possa compiere un tale gesto, no. Dovresti essere deficiente e pure un bel po’.
Sì, era per forza ubriaco.
Be’, da ubriaco chiama me?? Anzi, videochiama??
Oddio non è che pensa che sono una sempre disponibile?? E poi perché la videochiamata?? Che voleva fare?? Oddio non è che pensa che sono una che fa le cosacce per video e a qualsiasi ora?? Ma perché lo pensa?? Oddio ma chi altro lo penserà?? E poi perché?? Oddioddioddiooo…
Vabbè le paranoie è preferibile lasciarle per un altro momento, ora pensiamo solo al resto.
Il tizio in questione – come detto – lo conosco, so chi è, ciao come stai e convenevoli standard quando ci vediamo (una volta per secolo) e finisce lì. Punto.
Recentemente gli ho accettato la richiesta di amicizia e non mi ha nemmeno scritto un saluto, però gli è sembrato più che lecito disturbarmi di notte con una videochiamata. Logico, molto logico.
Ora mettiamoci nei suoi panni: cosa abbia scatenato questa voglia di me non lo so e non voglio saperlo.
Ribadisco che una chiamata di notte (perlopiù a qualcuno con il quale non hai tutta ‘sta confidenza) è figlia dell’alcool. È una di quelle genialate che ti sembrano tali quando hai in circolo più gradi che sangue.
Una videochiamata, poi, richiede una pregressa approvazione per iscritto. Un “Ok, ora puoi farlo”. Che significa che mi sono resa presentabile, truccata, pettinata e pronta per affrontarla. Non si fanno le videochiamate a sorpresa! (se vuoi che venga accettata…)
Se invece fosse stato sobrio?
Se avesse lucidamente deciso che poteva disturbarmi a tutte le ore, anche quelle piccole?? È possibile?
Le opzioni sarebbero state due: o dormivo o ero a spasso.
La prima ipotesi: sto dormendo. Essendo notte, oltretutto di un giorno feriale, è contemplato che io abbia questa bizzarra abitudine di riposare, no? Tu te ne fotti e mi chiami. Quindi mi vai irrimediabilmente sulle palle per le motivazioni sopra descritte, perché sei inopportuno, maleducato e quant’altro.
Seconda ipotesi: sto a spasso. Se sto a spasso è presumibile che sia in compagnia, altrettanto desumibile che mi stia divertendo (altrimenti sarei a casa) quindi come puoi pensare che mi vada di videochiamare con te??
Se fossi con un uomo, come potrei spiegare a costui che mi è oscuro il motivo per cui tu ti senta in diritto di farmi una conferenza notturna?? Sarebbe stato davvero imbarazzante e difficile da giustificare (cazzarola, che illuminazione! A volte effettivamente, le cose NON sono come sembrano!!)
Quindi preferisco pensare che fosse ubriaco.
E per questo non me la sento di biasimarlo e infierire ulteriormente.
È capitato a tutti.
Magari lui non si è formato un’esperienza preventiva tale da impedirgli certe scelleratezze. Una cautela postuma forgiata a suon di figure di merda epocali, da smaltire insieme agli altri postumi, quelli da sbornia.
Magari non ha avuto dei risvegli tragici urlando dei:
«Fammi subito controllare il telefono che mi sa che stanotte ho fatto qualche cazzata!»
Non ha visto gente intorno rendersi ridicola e regalarti dei “Ti amo”, mentre tu rispondevi:
«Certo che mi ami! Poi domattina, quando pubblicherò gli screenshot, mi amerai ancora di più!!»
Non ha avuto amici accanto pronti a sequestrargli il telefono per metterlo al riparo da colossali catastrofi.
Non ha dovuto, né ricevuto, messaggi di scuse nel day after.
Forse non ha ancora superato quel limite che ci ricorda cosa sia la “dignità”.
Magari è successo stanotte.
O magari no.
Rimane il mistero del perché abbia scelto proprio me da importunare, ma penso che continuerò a vivere ignorando queste risposte, perché ho deciso che io non ne darò alcuna a questo suo gesto.
Credo sia più dignitoso per entrambi.
Magari stamattina non gli sembra più quell’ideona di stanotte, magari si sta già mortificando da qualche parte, o magari mi reputa un’immensa cafona per non aver risposto (io, eh??). Tutto ciò non mi interessa.
Mi interessa ricordarvi l’assioma basilare che:
O bevi, o guidi, o telefoni.
Ricordatevi questo.
Ricordatelo sempre.
E io mi ricorderò di riprendere la mia sanissima abitudine di staccare la connessione, nottetempo.

VIENI GIÙ…

Sono seduta sul bordo del pozzo oscuro.

Conosco questo posto, sono già stata qui.

Guardo avanti. Le mani poggiate sull’imboccatura della voragine e le gambe penzolanti che giocherellano picchiettando il muretto.

Sono già stata qui.

Blocco le gambe.

Mi fermo.

Guardo dietro, oltre le mie spalle e osservo il nero dell’abisso.

Ciao, ti ricordi di me?

Sono già stata qui.

Perché non torni quaggiù?

Sono stata qui per mesi, nel buio. Quando niente era più importante.

Ora, che faccio?

È un periodaccio.

Annunciato così, senza preamboli.

Mi sono ripetuta che c’entrasse la fine dell’estate. La mia anima leonina e solare la patisce sempre. Ma, no. Non è solo questo.

Si sono accumulati pensieri, preoccupazioni, tutte quelle paranoie (che tanto paranoie non sono) che mi lasciano sveglia di notte a discettare sul senso della vita, l’utilità di certe esperienze, la presenza o assenza di certe persone, la validità di certi rapporti…

Sono stanca.

Esamino i vari aspetti della mia vita:

Qui? Qui schifo.

Qui? Qui merda.

Qui? Qui lascia perdere!

Sì, sicuramente a ben guardare SONO molto FORTUNATA. Ok.

Lo so, ne sono consapevole e quando voglio essere ottimista lo penso e ne prendo coscienza.

Però…

Ecco, ultimamente ci sono dei “però” importanti.

Sono stanca.

Non è da me fare piagnistei.

«Lo sai, non mi lamento mai, però…»

«…però a un certo punto, basta!» ha finito per me la frase, il mio interlocutore.

«Esattamente, basta. A volte è semplicemente troppo»

Sono arrivata al “troppo” al punto di rottura, seduta sul ciglio del baratro che ben conosco.

Mi annoia sentire lamentele, davvero. Del tipo che la gente mi parla, fingo di ricevere una telefonata e mi allontano.

Mi vergogno un po’ di certi sentimenti (neanche tanto) ma, certe volte, quando qualcuno mi rovescia addosso la propria immondizia mentale, vorrei dargli una testata sui denti. Far tacere l’incessante lamentela a oltranza.

C’è gente che credo lo faccia di professione. “Trova ogni giorno nuovi motivi per lamentarti!” gioca anche tu!

Ecco perché detesto lamentarmi, non vorrei mai essere così.

Ma sono stanca.

Ha già cominciato.

È così che inizia, piano piano. Dapprima col prendersi meno cura di sé, piccolezze – forse – ma fondamentali.

Vabbé, i capelli li lavo domani…

Lo smalto può resistere un’altra settimana…

Poi continua alternando la bulimia famelica all’inappetenza. L’accidia più completa all’iperattività.

Cercando di riempire tempo, spazio, pensieri, per non vedere la voragine che si fa sempre più strada e ingoia ogni cosa.

Poi ti suggerisce di non interagire con nessuno, facendoti sentire inadeguata e fuori posto, ovunque.

No, non mi va di uscire…

Meglio chiudere tutto e mettersi al riparo.

Affrettarsi a rispondere degli insulsi “Tutto ok!” se qualcuno ti chiede come stai.

Non parlare, non spiegare, non far entrare, sparire.

Meglio questo stato di apatica atarassia, del dolore.

Meno persone vedi, meno possibilità c’è che tu venga ferito.

Non che ci sia la fila alla mia porta, chiaro.

Chi c’era quando? Nessuno…

E quando? Nessuno.

Ah…

Forse dovrei lasciarmi andare solo un po’, sprofondare appena, cadere quel tanto che basta.

Vieni, dài, vieni giù.

Potrei riposarmi un pochino, ne ho bisogno.

Scendi, vieni qui. Niente più sveglie, niente più doveri, niente più è importante.

Niente, non voglio sentire più niente.

Mi siedo a cavalcioni sul muretto, una gamba fuori e l’altra dentro. Verso il nero profondo.

Poi le posiziono entrambe all’interno. Picchiettando coi talloni la bocca e osservando giù, nel fondo, l’oscurità.

Fai un saltino e scendi, vieni qui.

Sono già stata qui.

Perché non torni quaggiù?

Sono stata qui per mesi, nel buio. Quando niente era più importante.

Sono tanto stanca.

Scendi, vieni qui. Niente più è importante.

Ora, che faccio?

Vieni, dài, vieni giù.

È un periodaccio…

FROM RED SEA WITH LOVE

Qualcuno diceva che “Nessun uomo è un’isola”, qualcun altro che è molto dura affrontare un viaggio in barca, poiché non se ne può scappare, e la convivenza potrebbe diventare insopportabile.

Ho cercato di esperire la veridicità di entrambe queste affermazioni…

La mia spiccata necessità di fuga e il mio onnipresente senso di costrizione sono stati sottoposti a dura prova, per la mancanza di vie di evasione.

Per poi scoprire che, volendo, si riesce a scappare anche in uno spazio delimitato… Ma ne avevo ancora voglia?

Perché io, al contrario, mi sono sempre considerata un’isola: sola, solitaria, scissa dal resto, strana, selvaggia, silenziosa e, per molti versi, inesplorata.

Non sarei dovuta neanche essere lì…

Ho una fobia per i progetti a lungo termine che mi aveva portato – come sempre – a non avere un piano ben definito su dove trascorrere i giorni di ferie.

Non riesco a prenotare a gennaio una vacanza da fare ad agosto. Non ce la faccio proprio, e non l’avevo fatto.

Quando mi sono finalmente decisa, non c’era posto, non era possibile. Ovviamente.

«Se qualcuno rinuncia, ti chiamo»

Sì, come no. E quando capita? A me, poi? Figuriamoci!

Invece quella chiamata è arrivata e, con essa, la mia crociera neanche lontanamente preventivata. Qualcuno aveva rinunciato.

…BB, c’è posto per te!

Quindi è vero che il destino, l’Universo o quel che volete, muovono le fila della nostra vita per riuscire a collocarci esattamente dove dovremmo essere, in un dato momento.

In un grandioso intreccio di esistenze dove, qualunque cosa ci accada, può avere ripercussioni dirette e indirette nelle vite altrui, che ne siamo consapevoli o no.

Che ne siamo coscienti o no.

Che lo vogliamo o no.

Come era successo a me.

Qualcuno non poteva partire e, perciò, io guadagnavo il mio posto.

E allora…

Metti una Barbie sul Mar Rosso.

Metti una lussuosa barca di 40 metri.

Metti una crociera alla scoperta dei fondali e della popolazione marina di tre isole incastonate nel meraviglioso Red Sea: Brothers, Daedalus ed Elphinstone.

Metti 20 Sub insieme.

Totalmente scollegati dal mondo, reale e virtuale. Lontani dalla terraferma e dalla comunicazione telefonica.

Isolati.

Esattamente come mi sentivo io in quei giorni: priva di legami, priva di fantasmi, di pensieri su personaggi impossibili. Libera, pulita, serena, come non mi capitava da tempo, forse mai.

E lontana…

In questo scenario si era stagliato un pensiero fisso verso un maschio sapiens. Prima appena percettibile, poi sempre più invadente.

“Signori, c’è una piccolissima attività cardiaca, questo cuore ancora funziona!”.

Nei giorni precedenti, c’era stata un leggero aumento del mio battito cardiaco, quel tanto che bastava per tranquillizzarmi sul funzionamento del mio cuoricino affaticato. Quel lieve pensiero che mi occupava la mente, tanto da insinuarsi nella regolarità del mio ritmo circadiano.

Quel pizzico di euforia che mi faceva canticchiare durante la giornata su “Quello che potremmo fare io e te non l’ho mai detto a nessuno, però ne sono sicuro…” e farmi ritrovare a sorridere senza un motivo apparente.

Evento comune e insignificante per chiunque altro, entusiasmante per me.

Mi piace. Cavolo, questo mi piace.

Tutti i giudici (amici comuni, gente super partes, persone fermate a caso, per strada) chiamati a rapporto per deliberare sull’intricata questione, avevano sentenziato che, sì, anche lui manifestava interesse.

Quindi questo mi assolveva dall’auto-accusa di essere una fantasiosa ottimista e regista dei miei film mentali a sfondo romantico.

Eppure…

Il tizio in questione aveva notizie della mia esistenza già da parecchio. Ma sembrava non aver mai manifestato l’intenzione di approfondirla, né allora, né ora. E non importava che quello stesso destino ci avesse posto vicino più e più volte, che ci mangiassimo con gli occhi e stuzzicassimo non poco.

Lui ci dà le carte, ma poi ce le giochiamo noi, e io mi sono stancata dei solitari.

In tutti i sensi.

“… No, aspettate. Si è fermato tutto di nuovo. Questo cuore non batte più”.

Mi piace sognare, ma vorrei vivere quel che desidero. E l’incertezza è uno stato che evito accuratamente. Quindi se ho di fronte un qualcosa di indefinito, lo definisco io, nel modo che più mi fa stare meglio.

Anche le isole hanno bisogno di compagnia, ma concreta, reale, vera e non illusoria.

Il tutto era avvenuto senza drammi, senza ferite all’ego, senza lacrime versate, spirato così come si era generato.

Come… come un’abitudine.

Ora sembrava tutto così lontano…

Forse è stato l’isolamento terreno e psicologico, o forse il fatto che avessi davvero bisogno di una vacanza, dopo un anno estremamente duro, sotto molti aspetti. Un anno fatto di un ostracismo autoimposto, e poi difeso, preservato.

Una  settimana ha spazzato via questo e tutto il brutto dell’ultimo periodo.

Mi sembrano episodi accaduti secoli fa, quando è passato appena un mese.

Piccoli problemi di salute, risolti, che mi hanno lasciato solo i chili persi, per via di quelli. E poi “A Settembre ci penseremo…” Sì, settembre è lontano…

E l’ultima – in ordine di tempo – fregatura da parte di chi consideravo amico che aveva speso per me delle parole tanto orribili, da tenermi sveglia la notte a pensarvi. Un AMICO.

Mi ero detta che non importava, che ormai alla merda e alle fregature ero abituata, realizzando – un secondo dopo averlo pensato – che non va bene, non va bene per niente abituarsi a questo.

Non va bene neanche sentirsi dire:

«Tanto dovevi fare da sola, no? Come sempre. Senza farti aiutare…»

Senza essere capace di rispondere che, sì, è vero. Faccio da sola come sempre. Perché, anche se non mi piace, sono avvezza a prendermi cura di me stessa. A non appoggiarmi a nessuno, a non chiedere. Che poi tanto mi deludono e abbandonano tutti, visto? Allora meglio non rischiare. Non mi piace farlo, ma ho dovuto imparare, capite?

Ma tutto questo non va bene.

Mi sono sentita dire concetti che non credevo nemmeno di essere arrivata a pensare, dissertazioni elogiative dello status di eremita sociale, formulare un entusiasta panegirico della solitudine con una convinzione che non ritenevo di provare.

Davvero mi sto beando in questa esistenza solitaria, convincendomi che sia preferibile, più sicura, più felice, senza possibilità di incorrere in delusioni?

Davvero ho messo di scherzare sul concetto e sono diventata un’individualista convinta? Io??

Ma QUANDO è successo?

Quando ho lasciato vincere la paura, a discapito della mia socialità?

La PAURA, origine e motivazione di ogni azione umana. Pensateci, è così…

Sono dovuta andare su tre isole, per capire che non va bene considerami un’isola, in una moltitudine di umanità conosciuta o da scovare.

Non andava bene per niente.

Vorrei abituarmi ad altro, DEVO e pretendo di abituarmi ad altro.

Siamo tutti isole che si barcamenano tra la salvaguardia della propria individualità, il perseguimento del proprio benessere, e l’esigenza di condividere la vita con altri esseri viventi, altre isole, altre autonome entità.

Ci destreggiamo tra il desiderio e la paura di oltrepassare la salvifica zona di comfort che abbiamo delimitato coi nostri bei paletti, in perenne contrasto tra “Quel che temo che accada” e “Quel che vorrei accadesse”.

Scegliendo quasi sempre la strada più sicura dell’inerzia.

Che fatica, gente.

Interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi.

Ne vale la pena?

La vale davvero.

Per cui, mi ero ritrovata a osservare le stelle prima totalmente in solitudine, poi in compagnia, infine in gruppo.

E ne sono stata felice.

A cantare e ballare in massa, e ridere, ridere, ridere…

Benedicendo quel destino, per avermi fatto essere lì, in quel momento.

Un’isola tra le isole, ma non più isolata.

A sentirmi dare un affettuoso bacio sulla guancia e al mio «Perché?» sentirmi rispondere: «Così!»

Grata e appagata da quell’affetto gratuito, o forse meritato.

Quei gesti di gentilezza riscoperta che mi sono stati riservati, mi rimandavano a un’altra frase a me cara:

“Mi hanno piantato dentro così tanti coltelli che quando mi regalano un fiore,

all’inizio non capisco neanche cos’è. Ci vuole tempo”.

Tempo ce ne vuole sul serio, perché un’isola impari – innanzitutto – a considerarsi almeno un arcipelago. Una parte di un qualcosa. Ci vuole tempo.

Mentre qualcuno continuava a ripetermi che non ne avevamo abbastanza. Invece io penso che tempo ce ne sia, ma lo impieghiamo molto male, e del significato vero di Carpe Diem ce ne ricordiamo solo quando c’è da sciorinare locuzioni latine per fare i fighi.

Non andava bene che io mi fossi disabituata alla gentilezza, ma è ottimo che sappia ancora riconoscerla quando c’è e apprezzarla ancora di più, poiché inusuale.

Ma tutte queste sono cose che non si possono dire, che è difficile ammettere, che è meglio che gli altri ci considerino isole, strane, solitarie, che bastano a se stesse. Fa mooolto più figo.

Fa parte delle maschere che indossiamo.

Oltre quelle per aiutarci a vedere sott’acqua che – come vi ho già detto – ingrandiscono gli oggetti e non ci permettono una visione reale di quello in cui siamo immersi, ci sono quelle che indossiamo per evitare che gli altri vedano come realmente siamo.

Calziamo mute per preservarci dal freddo, computer per salvaguardare la nostra salute, e quando ci spogliamo di questi, manteniamo su le nostre maschere per proteggere il nostro Io più profondo e corazze invisibili ma palpabili. Un rivestimento a guisa di una muta.

Come c’è chi preferisce restare nelle acque basse, più sicure e superficiali, così, c’è chi ama scendere in profondità, inabissarsi sempre più giù, al limite delle proprie capacità.

Accade esattamente lo stesso con le conoscenze: c’è chi si ferma all’involucro e decreta, e chi – invece – riesce a scoprire quel che si cela dietro l’apparenza, dietro le maschere.

Una delle maschere più famose di tutti – per antonomasia – è quella di Pulcinella. Pulcinella che scherza sempre, ma scherzando dice la verità. 

Un po’ perché è più semplice, un po’ perché è l’alibi vigliacco che possiamo usare quando si mette male. La scusa del “Guarda che scherzavo, hai frainteso”.

E io lo faccio Pulcinella e ne vedo pure tanti. Mediocri attori dell’ilarità, protezione buffa di una sostanza ben più seria.

Oppure, si può apprendere ad esempio che – spesso – l’arroganza è la copertura della profonda insicurezza, che si può manifestare con la spavalderia, con il cercare di mettere in cattiva luce gli altri, per risultare migliori.

La paura, ve l’ho detto, è il motore di ogni azione.

Io la mia insicurezza la proteggo attraverso silenzi e discrezione, che mi porta a balbettare se parlo di fronte a una platea nutrita. Dove, per essere imbarazzante, mi basta che sia composta da circa tre persone.

Ma questo può essere percepito come una che “Non prende mai posizione” cito testualmente.

Ho sorriso.

Tu non sai chi sono io.

Ho sorriso di nuovo.

Perché poi c’è pure il perenne sorriso-spot, accompagnato dal “Va tutto bene!” che basta agli sguardi effimeri, per credere che sia davvero così. Ma sotto, chissà cosa cela…

Penso a chi, anni fa, mi aveva detto che con il mio sorriso (reale o sforzato che fosse) avevo il mondo ai miei piedi e io quel sorriso in giro per il mondo ce l’ho portato, non potendo fare a meno di notare, ogni volta, come la Me Vacanziera venisse più apprezzata della Me Quotidiana.

«Perché, quando viaggi, sei più rilassata» mi aveva detto una volta qualcuno.

Non credo c’entri questo.

Credo, piuttosto, che c’entrino gli squali

La memoria collettiva comune, formatasi coi film, ci ha sempre fatto pensare che gli squali siano creature pericolose, benché non avessimo mai avuto modo di verificarlo personalmente.

È un po’ come quando qualcuno ci parla di tizio/a che non conosciamo, e di quanto sia stronzo/a.

Il nostro giudizio è vergine di esperienza diretta, influenzabile. Con noi non lo è stato, ma automaticamente ai nostri occhi diventa stronzo per osmosi.

Poi, magari, ti ritrovi personalmente a parlarci con tizio/a e tutta questa stronzaggine non la percepisci, capendo quanto sia importante formarsi una propria opinione su fatti e persone e non “per sentito dire”, di quanto sia indispensabile ragionare con la propria testa e il proprio cuore, sempre e in ogni situazione.

In quanto agli squali, sono loro quelli con più timore: ne mandano uno in avanscoperta a controllare la situazione, se è tranquilla, il branco lo segue e si fanno la passeggiatina.

Io ho immaginato la scena più o meno così:

«Tutto a posto rega’. Ci sono i soliti quattro sub che si sono alzati alle cinque per venirci a vedere. Dài, famoli contenti e facciamogli ‘sta passerella!»

E così hanno fatto. Più volte. Si sono lasciati scrutare da noi che li abbiamo osservati con timore reverenziale e ossequioso di cotanta maestosità.

Forse se non avessero fatto film sanguinolenti che li vedevano protagonisti, ci saremmo tutti avvicinati di più, e avremmo raccontato di quanto siano coccolosi i re del mare.

Coi pesci pagliaccio avviene il contrario. Perché i pesci pagliaccio sono tanto piccoli e teneri d’aspetto, quanto bulli dentro. Si sentono grandi, forti e arroganti a dispetto della loro esigua mole.

Da grande voglio diventare un pesce pagliaccio e sentirmi coraggiosa e prepotente sempre, alla faccia di tutto e tutti.

Forse se non avessimo una memoria interna che registra e ci ricorda del dolore, vivremmo con più leggerezza.

Come quando nessuno ti conosce.

Perché magari in giro per il mondo, nessuno sa chi sono: non ci sono pregiudizi, non ho un passato, un presente ingombrante, una testa molto pensante ben nota ai più e che può incutere soggezione, come mi viene spesso detto.

Magari risiede in questo la differenza.

O magari, basta solo incontrare chi con uno sguardo e una chiacchierata riesce a capirti. Riesce a vederti dentro.

Capita.

Perché c’è speranza, Signori.

C’è sempre speranza.

Mentre tu sei lì a chiederti dove e se sbagli, a cercare di capire cosa tu trasmetta o no e se ti corrisponda, se il percepito sia abbastanza simile alla tua intima essenza, o ci siano degli errori di comunicazioni da correggere.

Mentre vorresti solo spiegare chi sei e fare domande, qualcuno in un attimo ti coglie appieno. Con due parole.

Qualcun altro, in un inglese sgangherato mi dice che io ero “kindly” e “respect”.

E poi c’è stato anche chi, non conoscendo nemmeno il mio nome, ha cercato il profilo Facebook di un mio amico, ha passato pazientemente in rassegna tutte le foto profilo dei sui contatti per scovarmi. E infine c’è riuscito.

Non so bene perché io abbia meritato una tale dedizione, ma mi ha ricordato l’ovvietà del “Chi vuole davvero trovarti, fa di tutto”. TUTTO.

Quindi, come potevo ancora incaponirmi col maschio sapiens che possedeva pure il mio numero di telefono, ma che non utilizzava? Non potevo proprio!

Le isole, effettivamente, sanno bastare a se stesse. Perciò si scelgono la compagnia.

Mentre scrivevo la bozza di questo articolo il mio telefono ha scelto dal lettore “Someone like you” come l’anno scorso, quando l’avevo cantata con due amiche ed era stato decisamente più divertente.

Stavolta, me l’ero cavata anche da sola, ma loro mi erano mancate.

Dormendo con un donnone ungherese che parlava solo francese e che aveva fatto della nudità il suo pigiama. Sicché quando di notte rientravo o mi giravo, mi ritrovavo in faccia il suo nobile deretano desnudo.  Che culo! (appunto)

Ma me la sono cavata, me la cavo sempre.

Ora sto cercando di imparare a cavarmela non più da sola, non bastando a me stessa.

Disabituandomi alle aspettative negative, ai paletti, al salvifico egoriferitismo nel quale ci rifugiamo.

Magari imparo davvero.

Quel che ho appreso è che non c’è bisogno di spiegarsi, non serve presentarsi. La volontà è un motore ben più potente della paura e più efficace, più immediato, con meno sforzi.

C’è speranza Signori.

C’è sempre speranza.

Dietro le maschere, dietro i pagliacci, i pregiudizi, la paura, dietro i “sentito dire”, dietro i difetti o i gusti differenti, c’è ancora chi intravede qualcosa in noi che valga la pena di scoprire.

Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma accade.

Certe isole vanno scoperte. Il mondo che conosciamo sarebbe diverso se qualcuno non avesse avuto l’ardire e il coraggio di oltrepassare i confini della Terra conosciuta, per vedere cosa celassero.

Ci vuole coraggio per interagire, capire, sopportare, supportare, giustificarsi, aiutarsi, amarsi, conoscersi.

Ma ne vale la pena.

Perché, sapete, le isole hanno creato piattaforme per far atterrare gli aerei; levigato la costa per far attraccare le navi; smussato la spiaggia per accogliere i bagnanti. Messo in funzione il faro per farsi trovare. Abbassato le mura di protezione che le cingono per la piena interezza per far entrare qualcuno. Installato un telefono per farsi rintracciare.

Quindi, volendo, le isole sono raggiungibili: con il telefono, con la barca, con l’aereo, perfino a nuoto. Volendo.

VOLENDO.

 

 “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, la Terra ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”.

John Donne

 

Ai miei compagni di questo viaggio,

alle picchiate a cinquanta metri,

le canzoni cantate, le tante risate e i balletti.

Grazie 😉

 

 

NdBB: Stavolta, non solo non ho portato con me nemmeno un paio di scarpe col tacco (neanche uno per compagnia!!) ma sono stata anche scalza per una settimana intera. Le cose cambiano, le persone pure.

 

 

“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste…”

“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”.

“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”

[…]

“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.

[…]

E quando l’ora della partenza fu vicina:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.

“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”

“È vero”, disse la volpe.

“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.

“È certo”, disse la volpe.

“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe.

[…]

“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe.

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.

“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.

Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”

“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

Il Piccolo Principe

Antoine de Saint-Exupéry

 

Se volete scoprire le meraviglie del Mar Rosso, vi consiglio http://cassiopeiasafari.com/

OCCHIO NON VEDE, CUORE-CHE-PULSA NON DUOLE

Sto avendo interessanti dissertazioni a proposito dell’ultimo accesso di WhatsApp, questo diabolico strumento causa di parecchi malesseri nell’era tecnologica.

Io faccio parte di quella schiera di personaggi snob (appellati spesso come “stronzi”) che non solo hanno tolto la visibilità dell’ultimo accesso, ma anche quella di consegna, la famigerata ‘spunta blu’.

Agli occhi di tutti appariamo come loschi figuri con qualcosa da nascondere, ma la verità vera è che la nostra scelta sottintende una dietrologia ben più egoistica a salvaguardia della nostra salute. Soprattutto quella mentale.

Io mi sento affrancata da questa ulteriore ansia di sapere QUANDO è in linea CHI e se abbia letto già, o meno.

Se sceglierà di ignorarmi o mi risponderà lo scoprirò comunque. Perché stressarmi nell’attesa?

E soprattutto: sapere che a tale ora era online, mi rivela con chi? No.

Mi svela cosa si digitassero? Ancora no.

Allora che controllo a fare?

Occhio non vede, cuore-che-pulsa non duole.

Vi dirò di più: so per certo che in sofisticate tecniche di ingelosimento si adotta l’accesso ad minchiam su WhatsApp per far rosicare il partner, tenerlo sulle spine e capire quanto ci tenga.

Se per caso di notte vi svegliate, basterà aprire le conversazioni perché il vostro ultimo accesso venga registrato a quella tale ora. Se al mattino sarete buongiornati da un sobrio “Conchicazzostavichattandoalle4dopochemihaidettocheandaviadormire??”

Saprete con certezza che

geloso/a, quindi ci tiene.

-vi stalkera, quindi vi ama.

Ma che rassicurazioni puo dare il monitoraggio di un orario?

Viceversa, un ingresso cosa dimostra esattamente?

A voi non capita mai di aprire solo per rileggere qualche messaggio?

Io ci passo le ore, mentre qualcuno fantasticherà su chi/cosa/chissà stia facendo.

Ripetiamo insieme: anche se vedo quando è entrato/a su WhatsApp, questo non mi  garantisce inconfutabili prove di (in)fedeltà.

Gente, guarite e oscurate.

Chi vi mette nella condizione di stalkerare per sapere se è sveglio, attivo e vi ignora, non merita che voi perdiate il vostro tempo e i vostri pensieri per lui/lei.

Il tempo va investito CON le persone. E non PER le persone.
È una Campagna BB per il sociale. Abbandona anche tu l’ultimo accesso!

 

PS: comunque si può sempre controllare Messenger. Quello – ahimè – non si può nascondere. 😉

I LOVE KINDLE

Se neanche troppo tempo fa, qualcuno mi avesse detto che un bel giorno sarei diventata dipendente da quell’aggeggio chiamato Kindle, lo avrei guardato con lo stesso sguardo schifato e sprezzante di Miranda Priestley.

Avrei, poi, replicato che un fatto del genere non sarebbe MAI successo perché queste diavolerie moderne non fanno per me.

La mia anima vintage ama i cari e vecchi libri cartacei in toto.

Mi piace l’odore di quelli nuovi.

Mi piace farci le orecchiette per ritrovare i passi che ho preferito.

Mi piace perfino l’ingiallimento delle pagine dopo anni. Li fanno vissuti, li fanno tuoi.

Mi piace vederli ben sistemati nelle librerie, dividerli per autori e genere (sì, sono ossessivo-compulsiva) o impilati sul mio comodino.

Mi piace tenerli in mano.

Mi piace tenere il segno coi miei infiniti segnalibri colorati. 

Adoro tutto questo.

Gli e-book non mi avranno mai.

Caso chiuso.

Poi arrivò il giorno in cui qualcuno osò regalarmi il vituperato aggeggio. 

A me??

Ok, e adesso?

Giacque mestamente per mesi nella mia borsa da lavoro.

Anzi, a onor del vero, lo accesi, gli diedi un’occhiata, cercai di comprenderne il funzionamento  (mai aperto un manuale d’uso in vita mia e non vedo perché debba cominciare ora) lo registrai perfino, e vedere sull’angolo in alto a sinistra campeggiare la scritta “Il Kindle di BBxx” mi regalò un brivido di piacere.

Ora era davvero mio.

Quindi?

Bello e inscatolato, riprese il suo posto accanto alle agende.

I libri – quelli veri – continuavano il loro grazioso pellegrinaggio tra mia libreria-mio comodino-mia borsa-repeat.

Una volta terminati, almeno sei mesi di stanziamento sopra la fila dei dvd. 

Poi Ah, ok ora vi trovo un posto.

Ne ho ancora tantissimi da leggere, ma questi devo comprarli per forza.

Cavolo, devo aggiungere ancora un’altra libreria. E dove la metto??

Tutto regolare, insomma.

In vista dell’imminente uscita del nuovo film, durante le ferie, avevo deciso pure di (ri)rileggere It. 1300 pagine adorate e consumate.

Bicipiti tonificati per tenerlo su.

Nelle sere successive rimuginavo su tutta la storia e mi chiedevo cosa facessero Bill, Ben, Bev e tutti gli altri e che sarebbe stato difficilissimo farmi appassionare così tanto a un altro libro, mentre ero ancora immersa mentalmente nel capolavoro del Re.

Fu lì che ripensai all’aggeggio.

Lo presi e lo caricai.

Frattanto iniziai a ricercare titoli sull’App di Amazon.

TUTTI.

Quegli infingardi ce li hanno TUTTI.

È una cospirazione, capite?

Libri che ricercavo da anni che né il mio libraio di fiducia, né gli infiniti siti di ordini online ai quali sono iscritta erano riusciti a farmi avere, lì invece risultavano semplicemente Disponibili.

E subito. 

Subito!

Capite?

“Acquista ora con un click”

Click.

Click.

Click.

Tutti miei! 

In un attimo!

Come posso, quindi, non amare questo aggegg…gioiello che in ogni momento soddisfa tutti i miei desideri, sposandosi con la mia pigrizia, la mia insaziabile bulimia libresca e la mia insonnia cronica?

Come posso rinunciare all’immane comodità che porta, in meno di un minuto, un qualsivoglia libro dai miei sogni al mio possesso?

Come??

Senza tralasciare pure il notevole risparmio in termini economici.

Il kindly Kindle, inoltre, ti permette con una piccola pressione di conoscere istantaneamente il significato della parole che selezioni. Liberandomi così dall’onere di cercarlo altrove. 

Come posso non amarlo?

Quella notte capii che tra me e lui era nato qualcosa.

Il giorno dopo il gioiellino si era guadagnato il posto nella mia borsa ufficiale.

Il livello della mia salute mentale si misura dai libri salvavita che mi porto dietro. In genere sono almeno quattro.

Ora porto solo un coso della grandezza e spessore di un telefono che di libri ne contiene ben più di quattro.

I manici delle mie borse e le mie spalle hanno gradito il cambiamento. E pure la mia psiche.

Sono andata dal mio amico indianino spacciatore di cover contraffatte chiedendo se avesse una custodia per lui.

“Ne è rimasta solo una. Rosa

Ho sorriso.

Era esattamente come la volevo.

Cospiravano ancora. 

Il Kindle di BBxx in rosa.

Era proprio mio.

Mi sono detta che a dispetto dei miei pregiudizi finora avevo notato solo pregi nell’ex aggeggio.

Lui ed io meritiamo una possibilità.

Non so come andrà a finire, come ogni inizio d’amore, ma finora mi rende felice.

Mi ha rammentato pure quel vecchio adagio che raccomanda di non sputare mai in aria. In nessun ambito.

E che nulla è più certo del cambiamento

(Per fortuna)

LA LEGGENDA DE “LA DONNA CHE NON DEVE CHIEDERE MAI”

«Perché tu sembri “La donna che non deve chiedere mai”, allora forse la gente crede che tu non abbia sentimenti, che non ti tocchi nulla. Ma non è così. Non è per niente così…»
Questo mi ha detto, LUI che mi conosce così bene e che bene me ne vuole davvero, puro e disinteressato.
La sua affermazione, una risposta a un mio sfogo di un attimo prima:
«Non capisco perché sia così facile che qualcuno mi tratti di merda. Quanto ci rimango male… Perché ci rimango tanto male?»
La frase che ho pronunciato, questa candida ammissione, quasi una debolezza di cui vergognarsi, e le lacrime che l’hanno incorniciata – in effetti – non rientrano nei miei comportamenti abituali.
Sì, forse da donna che deve chiedere mai.
Però, permettetemi di dire due paroline su questo tipo di donne, che sicuramente conoscete, additate e vi affrettate a etichettare.
I sentimenti li abbiamo e, anzi, ne coltiviamo di molto profondi.
Non ci sentirete mai chiamare chicchessia “Amore”, “Tesoro” o regalare dei leggeri “Ti voglio bene”. No.
Se e quando li diciamo, sono particolarmente sentiti, veri, poiché ne facciamo un uso molto parco.
Non sfruttiamo le lacrime come “ricatto” emotivo. Ma ne versiamo in gran quantità, in solitudine.
Quindi, sì, apparentemente sembra che tutto ci scivoli addosso, che non ci colpisca nulla, che non cadiamo mai.
Non significa che non ci accorgiamo di ogni piccolezza e che non ne soffriamo: siamo solo più brave a camuffarlo. Con un dolore silente, trincerato dietro a un bel sorriso e a un rossetto troppo figo.
Io persone prive di scrupoli e sentimenti ne ho conosciute e non credo si siano mai soffermate a interrogarsi sul male reciproco che ci facciamo – volontario o meno – a chiedersi se abbiano commesso sbagli, a porsi milioni di domande per cercare di comprendere, a giustificare – fin troppo – per poi serrare la porta con sofferenza.
Mi fa sorridere di un sorriso bagnato che più di qualcuno possa pensare che questa apparente forza, sia sinonimo di insensibilità, quando è meramente questo: apparenza.
Difesa, salvaguardia, pudore dei propri sentimenti e delle proprie debolezze.
Pensateci.
Se qualche donna che non deve chiedere mai – questa insensibile, inumana e superba stronza priva di sentimenti – ha cambiato il proprio atteggiamento nei vostri confronti, iniziate a sospettare che di sentimenti, verso di voi, ne aveva dispiegati a profusione.
Ma voi – magari – siete stati troppo supponenti e negligenti per accorgervene.
Perché i sentimenti, come le presenze, noi crediamo che vadano apprezzati, coltivati e meritati.
Non si riservano a chiunque, e sprecarli ci dispiace e ci crea una muta sofferenza e delusione, nascoste dietro un algido atteggiamento.
Scusate, ma noi insensibili stronze siamo così.
Così troppo piene di cuore.

“Tanto più resistente è la corazza,

tanto più fragile è l’anima che la indossa”

Cit.